L'erede di Lindon Hall - Capitolo 1
George De Vere, sedicesimo conte di Lindon, stava leggendo il giornale sul terrazzo della sua dimora storica Lindon Hall in una mattina imprecisata dell'anno 1957. Era una mattina di primavera delle più deliziose, di quelle in cui il primo sole della stagione scalda e risveglia ogni emozione positiva. Poco distanti da lui, le sue tre figlie, avendo già terminata la colazione, si punzecchiavano a vicenda parlottando sottovoce.
Le tre ragazze erano l'orgoglio di Lord Lindon.
Lady Amelia, la maggiore, era alta, con capelli biondi, lisci e luminosi. Si muoveva e parlava con una grazia come poche donne possono vantare, specie a quindici anni, merito della perfetta educazione impartitale dalla madre, da una schiera di istitutrici e più di recente dal collegio che frequentava. Era eccellente negli studi, nell'equitazione, nello studio del pianoforte, e grazie alla sua bontà e sincerità d'animo era sempre circondata da amiche vere che la adoravano.
Lady Cecilia, la secondogenita, era alta e bionda come la sorella, ed altrettanto beneducata per avere dieci anni, ma riusciva a stento a nascondere una natura molto più esuberante ed ancora infantile rispetto a quella della sorella maggiore, e ad ogni occasione scappava dalla lussuosa dimora e dai suoi raffinati intrattenimenti per correre a giocare nei campi insieme ai figli dei contadini.
La piccola Lady Grace era rotonda e paffuta come dovrebbe essere ogni bimba di cinque anni, e con i suoi grandi occhi azzurri, i ricci biondi ed i modi da piccola principessa aveva incantato tutta la famiglia, tanto da risollevarla dall'immenso dolore provato da tutti per la perdita della madre Lady Caroline avvenuta per le conseguenze legate al parto proprio di questa piccina.
Lord Lindon rimpiangeva la moglie, donna bellissima e di gusti raffinati, tanto da non aver voluto risposarsi nonostante le occasioni che si erano presentate, la sua elevata posizione e la mancanza di un erede maschio per il suo titolo e le sue terre.
Circa due anni dopo la morte della moglie ci aveva pensato, più che altro per dare una nuova figura materna alle sue figlie, soprattutto alla più piccola che una madre non l'aveva mai avuta se non quando era nel suo ventre. In breve tempo però si era reso conto che grazie alle attenzioni sue e del personale a loro dedicato, nonché le frequenti visite da parte di sua sorella Lady Rose Mansfield, le sue figlie non avevano alcuna necessità di una tale figura.
Aveva deciso che Amelia, essendo la maggiore, avrebbe ereditato Lindon Hall e la parte pià cospicua del suo patrimonio. Le due minori avrebbero avuto ciascuna una delle dimore più piccole e denaro più che sufficiente per mandarle avanti e vivere di rendita insieme alle famiglie che un giorno si sarebbero create. Per quanto riguardava il titolo, sapeva bene che non c'era alcuna speranza di farlo avere ad Amelia, e sarebbe quindi andato a James, unico figlio di suo fratello Arthur, morto nell'ultima guerra. James sarebbe stato quindi un conte senza la grande disponibilità finanziaria dei suoi predecessori, ma comunque sufficientemente ricco come si conviene ad un aristocratico grazie all'eredità di suo padre ed alla dote di sua madre, figlia unica di un noto industriale.
Proprio in questo giorno di primavera del 1958, Lord Lindon aveva appuntamento con Sir John Gordon, suo legale ed amico di una vita, compagno di studi prima ad Eton e poi a Cambridge nonché figlio del legale di suo padre per definire le sue volontà testamentarie. Era giovane ed in salute, ma non voleva correre il rischio di lasciare le sue figlie in difficoltà se gli fosse capitato qualcosa all'improvviso.
Salutò quindi le sue figlie, ricordando alle due maggiori di studiare benché fossero a casa per una breve vacanza, e raccomandando alla piccolina di ubbidire all'istitutrice, promettendo a tutte che sarebbe tornato prima di cena. Prese dunque l'auto e guidò fino allo studio di John Gordon a Londra.
Il suo carissimo amico lo accolse come sempre con calore, domandando come stessero le sue figlie (in particolare "quella piccola selvaggia di Cecilia", che lui adorava e della quale era il padrino di battesimo) ed offrendogli un bicchiere del suo scotch migliore. Terminati i convenevoli, gli chiese perché gli avesse chiesto quell'appuntamento allo studio in veste di legale, invece di uno dei loro soliti incontri meno formali a base di buon cibo, ottimi vini, e della compagnia di qualche compiacente signora che aveva il buon gusto di non farsi rivedere dopo una notte trascorsa insieme ed un generoso regalo di commiato. Era questa in effetti la soluzione adottata Lord George Lindon per placare le sue necessità di uomo di quarantotto anni ancora nel pieno del vigore. Quanto a John Gordon, era un modo per evadere dalla convivenza con la moglie, sposata per puro interesse economico poiché ultima discendente di un grande casato in estinzione, ma con la quale non era mai riuscito ad allacciare un rapporto anche solo amichevole, e con la quale non condivideva più il letto dopo aver avuto due figli maschi.
"John sono qui perché desidero fare testamento, disponendo dei miei beni in modo da fare di Amelia la mia erede principale, come fosse il figlio maschio che non ho avuto. Le lascerò Lindon Hall e la maggior parte del mio patrimonio in terre, denaro, ed ovviamente il grosso della collezione di gioielli di famiglia. Cecilia e Grace si divideranno alla pari i beni che la loro madre aveva portato in dote, che come ben sai consistono in due tenute nel Surrey, denaro più che sufficiente ad un adeguato stile di vita, ed alcuni gioielli. Naturalmente lascerò una somma in denaro anche a mio nipote James, l'erede del titolo, per integrare ciò che ha già ereditato da suo padre e quello che avrà da sua madre, anche se so bene che non è neanche lontanamente una compensazione per averlo privato del patrimonio di famiglia. Per quanto mi dispiaccia, mi preme molto di più l'interesse delle mie figlie."
John Gordon aveva ascoltato l'amico senza interromperlo, ma con un'espressione molto seria in volto. Rimase un attimo in silenzio, poi abbassando lo sguardo si alzò, e senza dire una parola andò a prendere un fascicolo da uno degli armadi del suo archivio, e ne mostrò il contenuto a George. All'interno vi era un foglio di carta estremamente pregiata ma ormai ingiallita del tempo, sul fondo del quale era impresso il sigillo in ceralacca con lo stemma dei conti di Lindon. Vi erano state vergate sopra le seguenti disposizioni, in una perfetta ed antiquata grafia corsiva: "Io George De Vere, quattordicesimo conte di Lindon, nel pieno delle mie facoltà e nel rispetto della legge, dispongo che l'intero patrimonio del quale sono in possesso e che ho ricevuto in quanto erede del mio casato, costituito da proprietà mobili ed immobili, gioielli, e denaro, venga tramandato alla mia discendenza in linea maschile, affinché resti sempre ad esclusiva disposizione di colui che sarà in carica come conte di Lindon. Tali disposizioni si interromperanno solamente ad una eventuale completa estinzione della linea maschile".
Rimasero entrambi in silenzio per quasi un minuto, poi John disse: "E' il testamento di tuo nonno".
"Lo vedo" rispose George.
"Davo per scontato che ne fossi a conoscenza, che tuo padre te ne avesse parlato. Il mio lo ha fatto appena mi ha passato la gestione dei vostri affari legali".
"No, non lo ha fatto, e a questo punto vorrei tanto sapere perché".
"Probabilmente non l'ha ritenuto necessario perché quando è morto tu e tua moglie già avevate Amelia e stavate aspettando il secondo figlio, deve aver pensato che prima o poi un maschio sarebbe arrivato. E poi tieni conto anche che per uomini aristocratici dell'età dei nostri genitori queste erano cose scontate, nessuno si sarebbe sognato di lasciare l'eredità di una grande famiglia ad una donna finché ci fosse stato un erede maschio".
Lord Lindon iniziò a passeggiare lentamente in giro per la stanza, lo sguardo a terra e le mani sui fianchi, pensando a possibili soluzioni alternative, poi disse all'amico: "non credo che una disposizione del genere al giorno d'oggi possa più avere valore. E' il testamento di mio nonno in fondo, scritto più di quarant'anni fa. Oggi diseredare completamente i figli non è più legale".
"Innanzitutto ti sbagli" disse Sir John, "nel nostro paese ancora disposizioni del genere sono consentite proprio per non suddividere i patrimoni legati alle tenute ed ai titoli aristocratici. E quello che più conta è che questa disposizione testamentaria è stata redatta in un'epoca in cui questa era la regola, ed è ciò che conta ai fini legali".
"E dunque cosa mi resta da lasciare alle mie figlie quando morirò?"
"I beni che tua moglie ti ha portato in dote, e che tu volevi lasciare alle due figlie minori. In realtà dovrai suddividerli fra tutte e tre".
"E' davvero ingiusto"
"Lo so, ma se ci pensi bene tu volevi fare praticamente la stessa cosa favorendo Amelia come primogenita, come fosse stata un maschio, e lasciando le briciole alle altre due. Come vedi, siamo ancora tutti schiavi di questa mentalità."
Si rese conto che il suo amico non aveva torto, alla fine stava ragionando in maniera poco diversa da quella di suo nonno e suo padre. Restava comunque il problema di come avrebbe garantito alle sue figlie un'esistenza degna del loro ceto.
"Non c'è un qualche escamotage legale che mi permetta di intestare adesso che sono ancora in vita dei beni alle mie figlie per cercare di far avere loro piò di quanto previsto?"
"No George, e te lo dico con estremo dispiacere, perché voglio bene alle tue figlie. Io stesso trovo queste disposizioni estremamente ingiuste verso di loro, ma non si può fare niente."
Lord Lindon iniziò ad alterarsi per la rabbia, e disse ormai urlando: "Ma cosa ne sarà delle mie figlie se io dovessi morire investito attraversando la strada uscendo da qui?? Il loro cugino non se ne curerebbe, è un ragazzino che appena le conosce, e quell'arpia di sua madre non esiterebbe a lasciarle in mezzo ad una strada senza un soldo. E' sempre stata invidiosa di non essere lei la contessa e del non essere riuscita a sposare il primogenito di un lord ma solo un secondogenito!"
"Calmati George, ti prego. Siedi e bevi ancora. Una soluzione a dire il vero c'è, e se ti calmi te la spiego in poche parole"
"E quale sarebbe?"
"Devi avere un figlio maschio legittimo. Un erede per il titolo ed ancor più per il patrimonio"
"Stai scherzando" disse George quasi sottovoce "tu meglio di chiunque sai che non ho mai avuto e non ho intenzione di risposarmi. Non ho alcuna intenzione di tradire la memoria di mia moglie, né di imporre una matrigna alle mie figlie."
"Lo so benissimo, ma è l'unica soluzione per tutelare le ragazze. E' vero che non cambierebbe nulla dal punto di vista dell'eredità del patrimonio di famiglia, non spetterebbe comunque a loro, ma un fratello, specie se cresciuto in mezzo alle attenzioni di tre sorelle affettuose come le tue figlie, non le lascerebbe mai in difficoltà. Avrebbero sempre la possibilità di vivere con lui o in una delle sue proprietà senza spendere un soldo, mantenendo il loro tenore di vita, ed avrebbero poi i beni ereditati dal lato materno per mantenersi. In parole povere, se sei disposto ad accettare il consiglio di un amico di tutta una vita, devi trovarti una ragazza giovane, fertile, e che possa avere un rapporto amichevole con le tue figlie, in particolar modo con la maggiore che è ormai una donna. Sposala, inseminala ogni volta che il fisico te lo consente e vedrai che la natura farà il suo corso".
George de Vere continuava a pensare, mille idee gli passavano per la testa, ma si rendeva conto che quella proposta dall'amico era l'unica attuabile per aiutare le sue figlie. A quel punto disse: "Ma chi potrei sposare? Non c'è donna che conosca al momento che possa desiderare di sposare".
"Sei un bell'uomo, ricchissimo ed elegante, vedrai che quando inizierai a guardarti intorno le donne se ne accorgeranno e non ti molleranno facilmente. Tieni conto però che ne devi sposare una più giovane possibile, perché sia ancora fertile ed abbia il tempo di poter avere più gravidanze nel caso inizialmente nascessero delle femmine".
"Delle femmine?? Ti immagini se facessi tutto questo e poi ottenessi altre figlie femmine invece del maschio che mi serve? Ed in effetti il rischio c'è! Metterei soltanto al mondo altre creature da lasciare senza mezzi!"
"Ed allora, per tornare alle usanze dei nostri nonni, devi prendere una ragazzina che non abbia ancora compiuto i sedici anni. Le sposavano così giovani quando potevano perché si diceva che una donna che rimane incinta prima dei sedici anni mette al mondo un maschio. In effetti questa diceria nella mia famiglia si è rivelata veritiera. In ogni generazione è stato fatto così, ed ogni volta il primogenito è stato un maschio."
George ci pensò su. Gli sembrava inconcepibile andare a letto una ragazzina dell'età di sua figlia maggiore, ed ancor più con l'intento di ingravidarla. Poi però gli vennero in mente dei casi nella sua famiglia che richiamava quanto affermato da John: "In effetti, la madre del mio bisnonno si sposò a quattordici anni e partorì lui, il suo primogenito, a quindici. Ed anche mia madre, che era rimasta incinta prima di sposarsi, cosa della quale pochissimi sono a conoscenza, mi partorì pochi mesi prima di compiere quindici anni. Potrebbe esserci del vero in quel che dici, e potrebbe essere l'unica garanzia di avere un maschio. Resta solo il fatto che trovare una ragazzina di quell'età disposta a sposarmi e fare un figlio è sicuramente più difficile che trovare una donna di qualche anno in più".
"Penso che dovresti guardare fra le amiche di Amelia. Ce ne sarà pure una del giusto ceto ma con una famiglia in gravi ristrettezze! E' su queste che devi puntare, in modo da avere il consenso della ragazza e della famiglia senza troppi problemi".
"In parole povere, la dovrei comprare."
"Si esatto. Ma alla fine tutto questo lo faresti per motivi economici, quindi non vedo quale ulteriore problema possa costituire questo dettaglio."
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